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"Quella non è una carezza", lo sguardo femminista sullo sgombero di migranti a Roma

Segnaliamo l'interessante articolo apparso su "Femminismo and Genders" il 25 agosto 2017, dopo che l'Ansa e alcuni quotidiani nazionali hanno dato risonanza positiva al gesto di un poliziotto verso una donna eritrea, durante l'operazione di sgombero migranti a Roma (leggi l'articolo di Repubblica). 

Lasciamo che le parole appartengano ai loro luoghi e ai loro momenti. Restituiamo le carezze alla spensieratezza della complicità. Alcune le lasceremo tra i nostri ricordi infantili, altre le potremo portare sulla pelle d’oca delle lenzuola. Accarezzate chiunque vogliate nel mondo, usatele, queste mani, per esprimere l’affetto e la curiosità che scuotono le nostre giornate. Ma non strappiamo le parole dai loro significati. Perché le mani di quell'uomo sul volto di Genet erano tutto tranne che una carezza.

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Decreto Minniti-Orlando: i diritti negati delle donne migranti

A seguito dell’approvazione definitiva del decreto Minniti-Orlando (cioè la conversione in legge del decreto 13 del 17 febbraio 2017, intitolato “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale”) il Coordinamento dei Centri Antiviolenza vuole manifestare la preoccupazione per le conseguenze sulla vita delle migranti e per la violenza a cui queste donne nuovamente verranno sottoposte.

Le migranti e richiedenti asilo hanno, molto spesso, paure e preoccupazioni diverse da quelle degli uomini: sono sopravvissute a molte forme di discriminazione e violenza maschile, nella sfera pubblica e in quella privata, nel Paese dove sono nate, ma anche in quelli dove sono transitate e molte volte nel luogo d'arrivo. Si tratta di violenza domestica, di aborti forzati, della tratta a fini di sfruttamento sessuale, del difficile accesso a un sistema educativo e socio-assistenziale efficiente, di matrimoni forzati, di mutilazioni genitali.

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Un altro caso di 'femminicidio annunciato', la denuncia di D.I.Re

Dopo l'ennesimo caso di una donna uccisa per mano di un uomo che la perseguitava da anni e della grave sottovalutazione delle sue richieste di aiuto da parte di quei soggetti, in primis le forze dell'ordine, chiamati a rispondervi, la presa di posizione della Rete nazionale dei centri antiviolenza. 

"Il Prefetto Gabrielli nel commentare il femminicidio dell’oncologa Ester Pasqualoni, uccisa dal suo stalker, dichiara: “Non possiamo incarcerare tutti gli stalker”. Si tratta di una impressionante ammissione di impotenza di fronte a un fenomeno grave.

Noi rispondiamo al Prefetto Gabrielli che il percorso delle donne che denunciano la violenza subìta è irto di ostacoli. Lo strumento della denuncia attualmente a disposizione della donna che subisce qualsiasi forma di violenza è svuotato del suo significato di rimedio per la tutela dei propri diritti. E questo accade perché di fatto tali diritti non sono salvaguardati in tempo né con la dovuta diligenza da parte delle autorità competenti anzi: la violenza maschile contro le donne, in tutte le sue molteplici forme, non è riconosciuta ed è sistematicamente sottovalutata."

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Da D.i.Re un App per le donne che subiscono violenza

La rete nazionale dei centri antiviolenza ha realizzato un App per offrire a tutte le donne che subiscono violenza informazioni rapide e utili che le supportino nel conoscere il centro antiviolenza più vicino e nel riconoscere ciò che stanno vivendo. 

Titti Carrano, Presidente di D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza afferma: “La collaborazione di Eau Thermale Avène è per noi davvero preziosa: abbiamo realizzato una  App per smartphone, perché vogliamo dare a tutte le donne che subiscono violenza la possibilità di trovare il Centro Antiviolenza più vicino con un semplice click, attraverso un sistema di geolocalizzazione e con una mappa interattiva. Il nostro obiettivo è presentare uno strumento davvero prezioso per le donne che vivono situazioni di violenza e spesso non sanno a chi rivolgersi e come agire. 

Tutte le donne potranno registrarsi in maniera sicura e accedere all'area riservata dove sarà possibile salvare il Centro Antiviolenza più vicino e annotare in un'agenda tutti gli episodi di violenza subiti così da rendere più semplice l'eventuale ricostruzione degli eventi nel caso la donna scelga liberamente di denunciare. 

Inoltre sarà disponibile per tutte le donne un questionario e test di conoscenza tematica con navigazione dinamica che permetta di riconoscere la violenza, le situazioni di rischio e quindi la necessità di rivolgersi ad un Centro Antiviolenza."

Per saperne di più, vai alla pagina. 

 

"Il femminicidio non è ineluttabile, Laura, Letizia e Nidia potevano e dovevano essere salvate"

Comunicato di D.i.Re, Rete Nazionale dei Centri Antiviolenza

Tre donne uccise ieri, in un solo giorno: due femminicidi ad Ortona dove un ex marito ha ucciso non soltanto sua moglie Letizia Primiterra, ma anche – e non per caso - Laura Pezzella, la sua migliore amica, che l’aveva aiutata e sostenuta. Nidia Roana Loza Rodriguez è stata ammazzata nelle stesse ore a Camisano Vicentino dall'ex marito italiano, lascia una figlia di tre anni. 

Laura Primiterra si era rivolta a un Centro istituzionale finanziato dal Comune di Ortona, e successivamente ai carabinieri. Ma il rischio che Laura correva non è stato correttamente valutato dalle istituzioni cui si è rivolta. Togliere le donne dal pericolo di vita è possibile ed è compito e dovere di una società civile, delle istituzioni, di tutti i soggetti coinvolti nel prevenire e contrastare la violenza maschile.

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"Il fatto non sussiste": se per riconoscere la violenza sessuale non basta un 'no'

Comunicato di D.i.Re la Rete Nazionale dei Centri Antiviolenza sulla sentenza di Torino - 23 marzo 2017

La notizia che il tribunale di Torino ha assolto in primo grado un uomo accusato di violenza sessuale perché la vittima non ha gridato ma ha detto "No" e "Basta" ci riempie di angoscia.

Noi sappiamo che la reazione alla violenza non è uguale per tutte. Ognuna ha una reazione personale. Molte restano impietrite, annichilite dalla paura, dalla vergogna e dallo choc. Se per ottenere una condanna è necessario urlare, portare sul corpo gravi ed evidenti segni di violenza, tantissime, troppe non otterranno mai giustizia. Questa donna in particolare viene ora accusata di calunnia, perché secondo la giudice "il fatto non sussiste", e la sua versione dei fatti non sarebbe verosimile.

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