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Siamo "TUTTE SOTTO TIRO"

10 Giugno 2016 - Comunicato stampa Associazione Nondasola 

Sono giorni di parole, di slogan, di consigli alle donne a non tacere, di spiegazioni più o meno articolate. Per noi sono giorni di resistenza, di rabbia, di determinazione, di solidarietà, di ascolto e di azione così come da vent'anni a questa parte. Donne uccise per la voglia di esserci, di sognare, di fare, di vivere lontano da relazioni segnate dal possesso, dall'ossessione, dal controllo. Donne che hanno rotto relazioni, che hanno chiesto aiuto, preso le distanze dalla violenza, donne che hanno fatto esattamente quello che tutti oggi sono a chiedere alle donne che vivono in situazioni di violenza.

Ci sentiamo tutte sotto tiro, esposte ad una misurazione forzata del nostro possibile grado di libertà a scapito del nostro stesso esistere. Siamo stanche, spossate, ma non paralizzate. Qui non si tratta di trovare il giusto strumento per fermare la violenza, qui si tratta di aprire un conflitto franco, diretto tra uomini e donne di questo presente. Conflitto e violenza non vanno confusi né sono semplicemente una la forma estrema dell’altro ma, al contrario, sono segnati da una differenza simbolica radicale. La violenza è un dispositivo, un linguaggio che trasforma il conflitto, lo costringe in un ordine gerarchico il cui esito non è la trasformazione, ma il far fuori l’altro/a. Sentiamo l’urgenza di produrre un’opposizione all'ordine esistente e alle forme di oppressione che genera e non vorremmo essere le sole a porci il problema. Crediamo che non solo la mano di Vincenzo, di Arturo, di Federico…. abbiano ucciso le “loro” donne ma anche il contesto in cui loro e noi viviamo. Da anni incontriamo nelle scuole e nella città ragazzi e ragazze, adolescenti che da un lato si dicono increduli per tanta violenza e dall'altra con la stessa naturalezza ci svelano situazioni, atteggiamenti, gesti che solo insieme a noi poi riconoscono come violenti o come allarmanti. Da vent'anni incontriamo donne che ci raccontano di violenze subite, donne che ci camminano a fianco nelle strade della nostra città, testimoni sopravvissute a vite d'inferno, insieme alle tante che trovano nei centri Centri Antiviolenza una via di scampo.

L’invito è di discutere insieme, uomini e donne, su cosa alimenti il femminicidio, su cosa è prevedibile che succeda prima di ogni femicidio, sul perché questi non siano solo fatti criminali altrimenti scoperto il cadavere, raccolta la testimonianza dell’assassino e resi noti tutti i possibili dettagli, la storia finisce e non c’è bisogno di sapere altro. Una volta che la marea emotiva si abbassa, non è più affare di tutti, ma solo un brutto fattaccio che non ci riguarda perché tanto “a noi non può succedere” negando, invece, che di fatto ci è già successo. Noi ci siamo, su chi altro/a possiamo contare?  

 

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