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"Dov'è finita la mia mamma?"

01 Luglio 2016 - Comunicato Associazione Nondasola

In questi anni, e in questi mesi, ci è capitato spesso di scrivere comunicati per fermare i pensieri e far sentire la nostra voce ogni volta che, per mano maschile, un fatto drammatico, grave, impensabile colpiva una donna. Oggi di fronte all'ennesima figlia privata della propria madre, il nostro pensiero va ai tanti figli/e coinvolti ed in particolare a quella ragazzina di 12 anni di Pavia che due giorni fa ha finto di essere morta per salvarsi.

L’ex compagno della madre ha sfondato la porta della loro casa, le ha inseguite e ha ammazzata la donna a colpi di pistola, ferendo anche la figlia. La donna è stata uccisa con almeno sei proiettili mentre, abbracciata alla sua bambina, cercava riparo in bagno dalla furia dell'uomo. Oltre a continuare la conta delle donne che vengono uccise, che cosa possiamo raccontare a questi figli e figlie su quanto stiamo facendo nel nostro Paese per contrastare la violenza sulle donne? Quali opportunità garantiamo a loro a livello terapeutico, sociale e giuridico? Quali spazi pensati, con esperienza e competenza, stiamo offrendo loro in nome della prevenzione?

Le stime indicano che in media 4 donne su 1 milione di abitanti vengono uccise dai loro partner ogni anno. Il femminicidio lascia quelle donne senza parole e senza vita, ma distrugge anche la vita di migliaia di neonati, bambini, adolescenti che improvvisamente perdono la madre in uno dei modi più atroci: infatti l'assassino è 8 volte su 10 il loro padre. 

Sono vittime che devono fare i conti con il trauma della violenza e del dolore associato con la perdita di entrambi i genitori contemporaneamente, perché uno ha deliberatamente ucciso l'altro, con la destabilizzazione e l'insicurezza di dove e con chi vivranno. Da più di un anno il Dipartimento di psicologia della Seconda Università di Napoli con la collaborazione dei centri antiviolenza D.i.Re,  sta realizzando il progetto internazionale Switch-Off, (Supporting WITness Children Orphans From Feminicide in Europe) con  lo scopo di contattare  coloro che da bambini o adolescenti vissero questa esperienza tragica. Raccogliendo le loro testimonianze, l’equipe che lavora al progetto vuole capire se le risposte istituzionali, sociali e familiari sono state adeguate.   

Da 18 anni andiamo nelle scuole consapevoli che tra i banchi ci sono anche  figlie e figli di donne vittime di violenza, violenza che va ben oltre alle loro storie personali e familiari. Per questo l’ascolto consapevole e la chiarezza non sono solo parte di una buona retorica ma di una pratica responsabile del volerci essere qui ed ora,  perché l’eventuale delusione e rabbia possano trovare uno spazio in cui essere trasformate in parola.

 

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