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Il 13 luglio compirà gli anni. Chiederà ai leader mondiali il diritto allo studio per bambini e bambine.

Tra pochi giorni, il 13 luglio, Malala Yousafzai, la quindicenne pachistana sopravvissuta ad un attentato dei talebani lo scorso ottobre, terrà il suo primo discorso in pubblico. Non parlerà però dal suo Paese, il Pakistan, dove i miliziani che le spararono alla testa sul bus della scuola hanno minacciato che ci riproveranno, dove il mese scorso 14 studentesse sono state assassinate da attentatori suicidi (tra cui una donna) e dove, a marzo, anche una maestra è stata uccisa.

Malala parlerà alle Nazioni Unite, a New York, nel giorno del suo 16° compleanno, e consegnerà al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon una petizione lanciata all’indomani della morte di quelle sue coetanee, per chiedere ai leader mondiali di fornire insegnanti, scuole e libri perché ogni bambina e ogni bambino possano andare a scuola. Migliaia di persone l’hanno firmata, e c’e’ tempo fino al 10 luglio per farlo.

Quello dell’istruzione primaria universale è da tempo uno degli obiettivi del Millennio, fissato dall’Onu per il 2015. Man mano, però, che ci avviciniamo alla data, aumenta la consapevolezza che, in assenza di sforzi maggiori, l’obiettivo non sarà raggiunto: 57 milioni di bambini restano privi di accesso all’istruzione.

E sono le femmine, i poveri, e i bambini nelle zone rurali e di regioni come l’Africa sub-sahariana e il sud dell’Asia i più svantaggiati. “Fallendo nel raggiungere il minorenne che lavora o che vive in strada, il povero nelle zone rurali, la ragazza vittima del traffico di esseri umani e la sposa bambina, deluderemo proprio le persone che più volevamo aiutare”, ha scritto l’inviato Onu per l’istruzione Gordon Brown nei giorni scorsi sottolineando proprio il “gender gap” insieme ad altri divari.

Malala presenterà ai leader mondiali suggerimenti suoi e di altri bambini e ragazzi per raggiungere l’obiettivo. Una cosa è chiara: la violenza e le intimidazioni sono un problema, ma non l’unico. In un paese come il Pakistan ad esempio, anche dove gli studenti vanno a scuola senza rischiare la vita ci sono ostacoli fisici, finanziari e culturali che possono limitare l’accesso delle bambine e delle ragazze all’istruzione, come spiega Mushtaq Chhapra, fondatore di “The Citizen Foundation” fondazione no-profit che dal 1995 ha creato oltre 900 scuole nel Paese, ed è sostenuta da pochi mesi anche da una associazione in Italia (Italian Friends of The Citizen Foundation). Costruire scuole vicino ai centri abitati (per evitare che gli studenti debbano percorrere lunghe distanze), l’abolizione di tasse scolastiche alle elementari (suggerita dagli esperti dell’UNDP, il programma per lo sviluppo dell’Onu), la presenza di insegnanti e presidi donne e i corsi di alfabetizzazione per cambiare la mentalità delle mamme sono misure che aumentano la partecipazione scolastica anche delle bambine. E una volta finite le elementari, bisognerà pensare alla scuola secondaria, e alle tante ragazzine dell’età di Malala che, date in spose o incinte, finiscono per lasciare la scuola. La strada è lunga. Il 12 luglio ascolteremo Malala, sperando che un giorno, possa parlarci dal suo Pakistan. In vista di quel giorno, ribattezzato Malala Day, ci sono anche una serie di iniziative sui social media per partecipare anche da lontano.

Da Corriere della sera, 05 Luglio 2013

 

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