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Violenza contro le donne. Piuttosto che parlarne male, forse sarebbe meglio non parlarne affatto.

Riportiamo la riflessione del blog Un altro genere di comunicazione alla risposta data dalla Direttrice della rivista femminile "F" alla lettera di una donna-lettrice che dichiara di aver subito violenza. 

Piuttosto che parlarne male, in TV e sui giornali (riviste comprese), forse sarebbe meglio, con coscienza e consapevolezza, non parlarne affatto. Non tutti coloro che ricevono lettere o racconti simili hanno gli strumenti adeguati a parlarne a dare risposte, ad aiutare. Alcune volte, senza la competenza che occorre in casi come questi, sarebbe meglio tacere. Altrimenti si corre il rischio di aggiungere male al male. Come ha fatto mi spiace dirlo, la direttrice di “F” a quella lettera pubblicata sulla sua rivista (scaricala qui). 

Meno male che “F” combatte la battaglia contro la violenza maschile e che bello, che bello che abbiano pubblicato i dieci segnali pericolosi in questo numero! Voglio sperare che nel numero successivo (visto che è un settimanale, quello dell’undici settembre) ci siano state lettere di protesta pubblicate per la risposta della direttrice. Io, anche se avrei preferito prendere un pugno in un occhio, piuttosto che spendere 1 euro per questa rivista, ho comprato il numero di oggi, ma non ci sono lettere di protesta, né scuse della direttrice. Anche se alla redazione di “F” fossero giunte migliaia di lettere di lettori e lettrici infuriati per l’ignoranza e la superficialità della risposta, non posso tacere e quindi una bella lettera alla signora direttrice, Marisa Deimichei la scrivo io.

“Signora Direttrice (proprio non riesco a chiamarla “cara”),

si dà il caso che io, oltre che blogger impegnata nel contrasto alla violenza di genere, contro ogni discriminazione sessuale e contro l’omofobia, sia anche volontaria in un centro anti violenza nella città in cui vivo. A noi operatrici del centro, una delle prime cose che insegnano è l’assenza di giudizio negativo nei confronti di chi viene a denunciare una violenza. L’ascolto e l’accoglienza.

Forse lei non lo sa, ma una donna che arriva a parlare con noi del centro, solitamente ha alle spalle una storia più o meno lunga di violenza, proprio come quella della lettrice da lei pubblicata. Cosa sa lei della forza che ci vuole ad aprirsi con qualcuno? Cosa sa lei dei coraggio che occorre a denunciare un marito violento? Non lo sa che chi subisce violenza finisce per ritrovarsi completamente annientata nella propria autostima, fino a credere di meritare quello che accade?

Una donna che subisce violenza (che già, come dice la lettrice all’inizio della sua lettera “è convinta di non valere niente”) è una vittima. Non un colpevole. Colpevole è l’uomo che agisce violenza (in questo caso il marito).

Vede, direttrice, denunciare un marito non è semplice. Quante e quante volte, una donna che si reca presso le istituzioni a denunciare un marito violento si sente non creduta, presa in giro, colpevolizzata: “Signora, vuol davvero denunciare suo marito? Lo sa che subirà un processo e potrebbe finire in galera? Lo sa che effetto fa sui figli un padre processato e/o in prigione? Vuole davvero fare questo a suo marito?”

Una donna che subisce per anni violenza, nel silenzio, di nascosto, è SOLA. Piena di sensi di colpa, piena di terrore, convinta di meritare tutto quello che le succede perché non vale niente

Chi emerge dalla solitudine,  inizia a raccontare o sporge denuncia ha già agito con forza e  coraggio. Spesso ci vuole (quasi) più tempra a sopportare quello che succede DOPO la violenza. C’è chi non ti crede. C’è chi ti prende in giro, chi minimizza. C’è chi ti terrorizza con minacce di svariato genere. E le possibilità di venire uccise dal partner violento, dopo la denuncia aumentano.

L’attenzione  e le risposte che meritano le donne che denunciano una violenza sono tante e sono personali, uniche, a seconda della donna e della situazione che sta vivendo. Non esiste un consiglio che sia adatto a tutte. Non esiste una soluzione che vada sempre bene, in tutti i casi. Tutto dipende dalla donna che abbiamo di fronte. Da quello che vive, “sente”, racconta.

Spesso nel blog ci occupiamo di come i media trattano la violenza di genere e mettiamo in evidenza il linguaggio che viene utilizzato, troppo spesso improntato alla colpevolizzazione della vittima e alla giustificazione del colpevole.

Lei ha fatto anche peggio, direttrice. Lei ha giudicato e preso in giro la lettrice.

E’ perfettamente inutile pubblicare un servizio che spiega alle donne i 10 segnali di pericolo che servirebbero ad accorgersi di avere un partner violento se poi il messaggio che lei, in prima persona, dà nella sua rubrica è: “la lettrice vittima di violenza che trova alla fine di un lunghissimo percorso di dolore, il coraggio di denunciare è un’ingenua a credere nella giustizia. Ha sopportato tanti anni di botte, come pretende di essere creduta? Che sciocca, questa lettrice. Ed è anche una pessima madre, visto che non ha denunciato nemmeno dopo la nascita della bambina. Evidentemente aspettava di essere ammazzata e che venisse ammazzata la figlia”.

Mi perdoni se non sono tenera, direttrice. Trovo la sua risposta indice di superficialità e ignoranza e la scelta editoriale di pubblicare il servizio successivo del quale lei “si riempie la bocca” con orgoglio, per mostrare come “F” sia attenta alle tematiche della violenza contro le donne, una presa in giro, un modo di cavalcare l’onda del momento: mai come oggi, infatti, la violenza domestica è diventata “di moda”.

E’ utile, infine, sottolineare che con la sua risposta non ha incoraggiato nessuna donna a denunciare. Anzi. Chi mai avrà il coraggio di aprirsi con qualcuno quando sa che potrebbe essere messa alla berlina perché ha avuto il “torto” di sopportare botte, tentati omicidi, grida per molti anni? Le uniche persone che si sentiranno meglio, dopo aver letto la sua risposta, sono coloro che agiscono violenza. Ora sanno che possono continuare indisturbati a picchiare e maltrattare. Eh già. Tanto la giustizia non crederà mai a chi si ribella e sporge denuncia. Alla vittima non crederà nessuno, è logico, visto che lei per prima non ha saputo riconoscere la violenza per tempo.

Mai, come oggi, il detto “Un bel tacer non fu mai scritto” si è dimostrato vero.