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"C'è una violenza anche mediatica", dal Manifesto una riflessione di Lea Melandri

Non è la prima volta che un caso di femminicidio viene raccontato dai media sotto il profilo di una relazione amorosa finita tragicamente, e come risposta impulsiva e violenta dell’uomo a una «provocazione»da parte di una fidanzata, moglie o ex-moglie o amante.

Ma l’articolo uscito il 25 settembre su HuffPost a proposito dell’omicidio di Charlotte Yapi Akassi è come se avesse fatto da detonatore rispetto a qualcosa che abbiamo sempre saputo, e che tuttavia non si lascia afferrare con la consapevolezza e l’attenzione che merita. Due sono i passaggi che hanno avuto l’effetto di uno svelamento: la confessione dell’aggressore, Carmelo Fiore, che ha tentato a sua volta di uccidersi – «Mi ha deriso» -, e la riflessione conclusiva di chi scrive – «Ora i carabinieri stanno cercando di scavare nella vita della ragazza per cercare di capire le dinamiche che hanno portato l’uomo a spezzarle la vita».


Questo l'incipit del commento di Lea Melandri sul Manifesto del 1 Ottobre, che volentieri segnaliamo per l'attenzione riservata al linguaggio con cui ancora troppo spesso i media raccontano episodi di violenza maschile sulle donne. Una narrazione che rischia di 'strizzare l'occhio' a chi la violenza la sceglie e la agisce, e confermare il carattere di presunta 'normalità' di un rapporto ineguale di potere tra uomini e donne. Su questo rapporto occorrerebbe davvero interrogarsi, a partire da sé, per comprendere quanto i pregiudizi e gli stereotipi, essendo parte della nostra cultura, agiscano più o meno inconsapevolmente in ognuno/a di noi. 

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