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"Non è libertà se non è libertà di tutte". Turchia fuori dalla Convenzione di Istanbul: un enorme passo indietro

Come vivono le donne nel mondo è il tema di una accurata analisi che Joni Seager, geografa femminista ed esperta di politica globale, ha fatto nel suo libro: “L'Atlante delle Donne”. Con un attento lavoro di ricerca, l’autrice mette a confronto la situazione delle donne nei cinque continenti, considerando parametri quali: salute, lavoro, l’accesso all’educazione, disuguaglianze, contraccezione, aborto, alfabetizzazione, ricchezza, povertà, potere, diritti, violenza di genere femminismo, per citarne solo alcuni. Il libro è pieno di cartine colorate con schede e percentuali che più di mille parole drammaticamente evidenziano le condizioni di vita delle donne nel mondo, ci mostrano le conquiste fatte e le distanze ancora da colmare. Una sconfortante e allarmante mappa delle discriminazioni, dei diritti negati e delle ferite che le donne vivono quotidianamente sulla propria pelle.

È soltanto nel 2011 che viene stipulato il primo strumento giuridicamente vincolante sull’argomento: la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Pur trattandosi di un trattato stipulato sotto l’egida del Consiglio d’Europa, la Convenzione è di aspirazione universale: si prevede, infatti, che possano aderirvi anche Stati diversi dai membri del Consiglio d’Europa. La Convenzione ha il grande merito di esplicitare nel preambolo le cause strutturali della violenza rendendola lo strumento più innovativo nella lotta contro la violenza sulle donne. Quelle cause che il movimento delle donne ha portato allo scoperto dagli anni ’70 facendo uscire la violenza dal privato delle case, per farla diventare un problema politico. 

Nel testo viene riconosciuto infatti che  “ la violenza contro le donne  è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente disuguali fra i sessi che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini ...riconoscendo la natura strutturale della violenza alle donne, in quanto basata sul genere, e riconoscendo altresì  che la violenza  contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali  per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”. Concetti fondamentali se si vogliono davvero intraprendere percorsi per la trasformazione del rapporto dispari tra i sessi e per una vera inclusione delle donne nella vita politica, culturale e economica. La Convenzione di Istanbul è la prima ad introdurre strumenti legalmente vincolanti per combattere la violenza alle donne, di cui ne riconosce la storica responsabilità maschile senza appellarsi ai diritti umani in modo neutro. Ebbene, è notizia di questi giorni che la Turchia, prima firmataria nel 2011 in quanto paese ospitante, ha deciso di uscire dal Trattato. 

Le donne scese in piazza dicono che da tempo era nell’aria e che da tempo ministri e politici sostenevano la sua inutilità avendo già leggi nazionali a partire dalla loro Costituzione.  Ma i numeri dicono il contrario, secondo l'OMS il 38% delle donne turche ha subito violenza almeno una volta nella vita. E poi ci sono i feminicidi, 300 nel 2020, più 170 casi sospetti derubricati dalla polizia come suicidi, 447 nel 2019, 440 nel 2018. Le femministe protestano in tutto il paese dipingendo le piazze di viola, con lo slogan: “Non stiamo zitte, non obbediamo”.  È evidente che l'impianto innovativo della convenzione contrasta con la visione sempre più tradizionalista – e dunque patriarcale – di Stati che continuano ad escludere e opprimere le donne perpetrando una forte e aggressiva disparità di trattamento tra uomini e donne. La sua applicazione – anche nei paesi che l’hanno ratificata come l’Italia – resta incompleta, come ha dimostrato l’ampio rapporto del Grevio sull’Italia pubblicato a gennaio 2020. 

Anche noi non vogliamo stare zitte, vigiliamo sull'applicazione della Convenzione e chiediamo che l'Italia intervenga affinché la geografia della violenza non oscuri e non cancelli l'avanzata dei diritti delle donne in ogni angolo del mondo. Ci uniamo alle tante voci di donne che hanno inviato formali appelli al nostro governo perché protesti nelle sedi opportune. Noi donne sappiamo che non è libertà se non è libertà di tutte, sappiamo come la violenza sul corpo di una donna è una violenza su tutti i corpi delle donne. 

Questo articolo, a firma dell'Associazione Nondasola, è stato pubblicato sulla Gazzetta di Reggio il 6/4/2021 

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