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"Non è libertà se non è libertà di tutte". Turchia fuori dalla Convenzione di Istanbul: un enorme passo indietro

Come vivono le donne nel mondo è il tema di una accurata analisi che Joni Seager, geografa femminista ed esperta di politica globale, ha fatto nel suo libro: “L'Atlante delle Donne”. Con un attento lavoro di ricerca, l’autrice mette a confronto la situazione delle donne nei cinque continenti, considerando parametri quali: salute, lavoro, l’accesso all’educazione, disuguaglianze, contraccezione, aborto, alfabetizzazione, ricchezza, povertà, potere, diritti, violenza di genere femminismo, per citarne solo alcuni. Il libro è pieno di cartine colorate con schede e percentuali che più di mille parole drammaticamente evidenziano le condizioni di vita delle donne nel mondo, ci mostrano le conquiste fatte e le distanze ancora da colmare. Una sconfortante e allarmante mappa delle discriminazioni, dei diritti negati e delle ferite che le donne vivono quotidianamente sulla propria pelle.

È soltanto nel 2011 che viene stipulato il primo strumento giuridicamente vincolante sull’argomento: la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Pur trattandosi di un trattato stipulato sotto l’egida del Consiglio d’Europa, la Convenzione è di aspirazione universale: si prevede, infatti, che possano aderirvi anche Stati diversi dai membri del Consiglio d’Europa. La Convenzione ha il grande merito di esplicitare nel preambolo le cause strutturali della violenza rendendola lo strumento più innovativo nella lotta contro la violenza sulle donne. Quelle cause che il movimento delle donne ha portato allo scoperto dagli anni ’70 facendo uscire la violenza dal privato delle case, per farla diventare un problema politico. 

Nel testo viene riconosciuto infatti che  “ la violenza contro le donne  è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente disuguali fra i sessi che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini ...riconoscendo la natura strutturale della violenza alle donne, in quanto basata sul genere, e riconoscendo altresì  che la violenza  contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali  per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”. Concetti fondamentali se si vogliono davvero intraprendere percorsi per la trasformazione del rapporto dispari tra i sessi e per una vera inclusione delle donne nella vita politica, culturale e economica. La Convenzione di Istanbul è la prima ad introdurre strumenti legalmente vincolanti per combattere la violenza alle donne, di cui ne riconosce la storica responsabilità maschile senza appellarsi ai diritti umani in modo neutro. Ebbene, è notizia di questi giorni che la Turchia, prima firmataria nel 2011 in quanto paese ospitante, ha deciso di uscire dal Trattato. 

Le donne scese in piazza dicono che da tempo era nell’aria e che da tempo ministri e politici sostenevano la sua inutilità avendo già leggi nazionali a partire dalla loro Costituzione.  Ma i numeri dicono il contrario, secondo l'OMS il 38% delle donne turche ha subito violenza almeno una volta nella vita. E poi ci sono i feminicidi, 300 nel 2020, più 170 casi sospetti derubricati dalla polizia come suicidi, 447 nel 2019, 440 nel 2018. Le femministe protestano in tutto il paese dipingendo le piazze di viola, con lo slogan: “Non stiamo zitte, non obbediamo”.  È evidente che l'impianto innovativo della convenzione contrasta con la visione sempre più tradizionalista – e dunque patriarcale – di Stati che continuano ad escludere e opprimere le donne perpetrando una forte e aggressiva disparità di trattamento tra uomini e donne. La sua applicazione – anche nei paesi che l’hanno ratificata come l’Italia – resta incompleta, come ha dimostrato l’ampio rapporto del Grevio sull’Italia pubblicato a gennaio 2020. 

Anche noi non vogliamo stare zitte, vigiliamo sull'applicazione della Convenzione e chiediamo che l'Italia intervenga affinché la geografia della violenza non oscuri e non cancelli l'avanzata dei diritti delle donne in ogni angolo del mondo. Ci uniamo alle tante voci di donne che hanno inviato formali appelli al nostro governo perché protesti nelle sedi opportune. Noi donne sappiamo che non è libertà se non è libertà di tutte, sappiamo come la violenza sul corpo di una donna è una violenza su tutti i corpi delle donne. 

Questo articolo, a firma dell'Associazione Nondasola, è stato pubblicato sulla Gazzetta di Reggio il 6/4/2021 

Lotto Marzo Sempre. #4 Viste da un centro antiviolenza: scuola e prevenzione ai tempi del virus

La chiusura delle scuole per il Covid-19 ha lasciato 1,6 miliardi di bambini/e senza istruzione. Se guardiamo al mondo, i dati messi in evidenza dall’ultimo rapporto “The Global Girlhood Report 2020: Covid-19 and progress in peril” diffuso da Save the Children ci dicono che gli effetti della pandemia per bambine e ragazze saranno ancora più devastanti. Molte di loro non torneranno mai più tra i banchi di scuola, vanificando i progressi nell’ambito dell’educazione di bambine e ragazze nati dalla Conferenza sulle Donne di Pechino 1995, che ha sancito un impegno comune di tutti i governi per l’uguaglianza di genere. Non c’è la possibilità di studiare se bisogna badare a un familiare che ha contratto il virus, o a un fratello o a una sorella più piccolo/a. E non ce n’è di certo se l’economia familiare, su cui grava il peso della pandemia, necessita di un supporto. Le conseguenze non sono neutre dal punto di vista del genere. Oltre alla perdita di apprendimento e alla palestra di uguaglianza che l’istruzione può rappresentare, non andare a scuola per le ragazze significa essere esposte a un rischio maggiore di lavoro minorile, matrimoni precoci, sfruttamento sessuale e altre forme di abuso. Si stima che saranno oltre 64 milioni le bambine e le ragazze costrette a lavorare e circa 14 milioni quelle obbligate a sposarsi. Non si può indietreggiare.

Se guardiamo a quello che avviene all’interno dei nostri confini nazionali, le misure di contrasto alla pandemia hanno aumentato le disuguaglianze sociali e di genere e le problematiche all’interno della scuola dovute al lockdown si sono sommate a difficoltà antecedenti. La dispersione scolastica, le disuguaglianze nell’apprendimento, il ritorno dell’analfabetismo letterale e funzionale, le conseguenti mancanze di opportunità sono urgenze del presente; migliaia di ragazzi/e stanno rimanendo indietro, non potendo o non riuscendo a seguire la didattica a distanza. Sappiamo quanto l’istruzione sia fondamentale per raggiungere la parità di genere e per i percorsi di libertà di essere e poter essere di ciascuno/a. Non si può indietreggiare.

Se guardiamo alle famiglie, la scuola è l’istituzione intorno a cui la maggioranza delle famiglie italiane organizza la propria vita. Con la didattica a distanza, l’accudimento dei/lle figli/e piccoli/e e l’aiuto ai compiti dei/lle grandi sono ricaduti in particolare sulle madri, alle quali si continua a delegare la responsabilità educativa delle generazioni future. È prevedibile, se le priorità stabilite dalla politica economica e sociale saranno altre, un aumento della disuguaglianza e della povertà educativa, una riduzione della mobilità intergenerazionale, e un incremento del divario di genere. 

E poi c’è l’osservatorio del centro antiviolenza e ci sono i ragazzi e le ragazze che l’Associazione NONDASOLA e il suo Gruppo Prevenzione incontra, e quello che i loro corpi all’interno di qualche centimetro su Zoom o su qualche altra piattaforma digitale (non) dicono.

Da 22 anni l’Associazione Nondasola esce dal Centro Antiviolenza CASA DELLE DONNE per entrare in classe, incontrare ragazzi e ragazze, parlare con loro di come stanno le relazioni tra maschi e femmine, costruire con le giovani generazioni pratiche di prevenzione alla violenza maschile contro le donne a partire dai corpi sessuati. In questo periodo di sovrapproduzione di lezioni online, di entrata in classe/in casa con didattica a distanza, ci siamo chieste quale fatica costasse ai ragazzi e alle ragazze questo tempo, la negazione dei corpi, la difesa di una “stanza tutta per sé”. Ci siamo occupate e preoccupate dei dati allarmanti sui disagi che le giovani generazioni stanno vivendo, in questo tempo in cui sono privati dei più quotidiani spazi di socialità. Ci siamo chieste come pensare l’impensato: stare accanto a giovanissimi/e davanti ai loro PC, lontano dalla scuola e da amiche e amici, non tutti/e allo stesso modo, non tutti/e con uguali opportunità. Il cuore del progetto di prevenzione dell’Associazione Nondasola è da sempre, e oggi più che mai attuale, il raccontar-si l’esperienza vissuta e vivente a partire dal proprio sé sessuato (con un’apprensione in più per le ragazze) e far immaginare a femmine e maschi una stanza tutta per sé, un luogo in cui ricercare le parole per nominarsi a sé e per affacciarsi nel mondo, oltre i modelli di comportamento tramandati e, apparentemente nuovi, stereotipi per un’azione di prevenzione che li renda protagonisti/e del cambiamento. Partendo da sé, per non restare schiacciati in schermi troppo piccoli per il mondo, per costruire uno spazio e delle relazioni di libertà tra uomini e donne capaci di dare senso anche a questo tempo. 

Su tutto questo e su quello che abbiamo raccontato nei quattro articoli pubblicati nel mese di marzo sulla vita delle donne e sulle relazioni tra maschi e femmine a partire dallo sguardo dell’osservatorio del centro antiviolenza di Reggio Emilia non possiamo indietreggiare. Per prevenire la violenza maschile sulle donne, perché l’8 marzo sia sempre.

 

Turchia. L’Italia si faccia promotrice di una risposta forte da parte delle istituzioni europee

In una lettera indirizzata oggi al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi, alla Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e al Presidente della Camera Roberto Fico, l’associazione nazionale D.i.Re – Donne in rete contro la violenza chiede che il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul non sia “lasciato senza una presa di posizione forte da parte dell’Unione Europea e di tutti gli Stati che ne fanno parte, e che della Turchia sono importanti partner commerciali, a cominciare dall’Italia”.

“Contro questa decisione, annunciata dal Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan con un Decreto presidenziale pubblicato durante la notte tra venerdì 19 e sabato 20 marzo 2021, manifestano da giorni le donne turche nelle piazze e con ogni mezzo”, sottolinea D.i.Re, precisando che si tratta di una scelta che “rischia di alimentare ulteriormente le forze reazionarie e antifemministe che con sempre maggiore violenza attaccano i diritti e la libertà di scelta delle donne, in Europa come anche in Italia”.

“La Convenzione di Istanbul è il principale strumento giuridico vincolante per affermare e difendere i diritti umani delle donne, a cominciare dal diritto a vivere una vita libera dalla violenza”, ricorda D.i.Re.

Per questo D.i.Re chiede “all’Italia di farsi promotrice di una risposta forte da parte dell’Unione Europea e degli Stati membri per contrastare questa decisione, che non solo espone le donne turche ancora una volta e di più alla violenza maschile, ma mina alle fondamenta il rispetto dei diritti umani di tutte e tutti su cui è fondata l’Unione Europea”.

“L’Unione Europea e l’Italia non possono continuare a dirsi impegnate per contrastare e prevenire la violenza maschile contro le donne, se lasciano passare sotto silenzio il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul, un atto che calpesta i diritti umani di tutte le donne”, conclude la lettera.

La lettera inviata da D.i.Re è disponibile qui.

Lotto Marzo Sempre. #3 I costi della pandemia sulle donne: lo sguardo di un centro antiviolenza

La pandemia globale non agisce per eliminare le diseguaglianze. Le aumenta, le sovrappone. E allo stesso tempo, ci sfida a un cambiamento radicale. A partire dalle donne, per le quali gli effetti negativi della pandemia sono amplificati.  

Noi di NONDASOLA lo stiamo osservando attraverso quella lente di ingrandimento che è il centro antiviolenza. Da oltre un anno cerchiamo di sostenere i percorsi di uscita dalla violenza di donne che, oltre a dover far fronte a tutte le richieste del sistema anti-violenza (rapporto con i servizi sociali, procedimenti penali e/o civili, relazione con il maltrattante per la gestione dei figli/e, eventuali allontanamenti in protezione), vivono come una traversata nel deserto lo sforzo di raggiungere quell’autonomia seppur minima, che potrebbe metterle in salvo dal ricatto economico spesso tentato dal maltrattante quale leva per non andarsene. Pagano infatti il prezzo altissimo delle conseguenze provocate dall’emergenza sanitaria, visto il tanto e prolungato lavoro di cura chiesto alle donne in ambito familiare, scolastico, sanitario, dei servizi, senza un adeguato riconoscimento.  

Il mercato del lavoro, a dicembre 2020, ha espulso 312.000 donne, molte di loro contrattualizzate in condizioni di precariato e part-time involontario, quindi ‘sacrificabili’. E che oggi, per lo più, offre alle donne piccoli pezzi di lavoro a termine, con bassi salari, nei settori scarsamente qualificati e maggiormente espositi al rischio contagio. Proprio quel tipo di lavoro che rende una chimera la possibilità di affittare un appartamento sul libero mercato per sé e i/le propri/e figlie/e. Proprio quel tipo di lavoro che allontana la prospettiva di chiedere un permesso di soggiorno svincolato dal ricongiungimento con quel partner che ti maltratta. Proprio quel tipo di lavoro che ingrossa la schiera delle donne in stato di povertà assoluta. Poi, se il lavoro, anche per poche ore arriva, è probabile che lo si debba rifiutare perché il contributo ‘nazionale’ alla crisi sanitaria ci si aspetta che le donne lo debbano dare sul fronte della cura e dell’assistenza familiare, a sopperire un welfare e una cultura che mai hanno realmente investito nella condivisione del lavoro riproduttivo tra uomini e donne. Se il contributo è questo, allora, è possibile che si debba rinunciare anche al sogno di riqualificarsi professionalmente e di acquisire quelle competenze, digitali in primis, senza le quali la ricerca attiva del lavoro è un percorso ad ostacoli di cui non si vede la fine. E i processi di digitalizzazione, col vento in poppa causa pandemia, prenderanno sempre più piede, col rischio che moltissime donne, migranti e non, resteranno ai blocchi di partenza. 

Come si fa ad immaginarsi libere dalla violenza ed autonome, ed agire per diventarlo se la realtà è questa? Chi di noi riuscirebbe ad avere abbastanza fiducia in se stesso/a per reggere il confronto con essa? È evidente che i costi della pandemia non sono neutri, hanno e avranno un impatto molto diverso su uomini e donne. Così come non lo saranno le politiche di ricostruzione e resilienza, al centro del dibattito pubblico sul Recovery Fund, di cui è necessario misurare la ricaduta adottando un approccio di genere.  

Di fronte ai ripetuti e profondi fallimenti del sistema politico ed economico patriarcale che da sempre incide negativamente sulla capacità di donne e ragazze di esercitare e godere dei diritti umani fondamentali, tra cui una vita libera dalla violenza, è urgente un cambiamento strutturale. Lo afferma con forza il Position Paper Il cambiamento che vogliamo. Proposte femministe a 25 anni da Pechino, presentato a Roma il 9 Luglio 2020 e redatto da un ampio gruppo di organizzazioni femministe e femminili – coordinato da D.i.Re Donne in rete contro la violenza. Povertà, istruzione e ricerca, lavoro, violenza maschile, divario digitale, partecipazione alla vita pubblica e ai processi decisionali. Questi gli snodi problematici di cui si occupa il Position Paper, offrendo un contributo di pensiero, analisi ed azioni. 

Questo è il cambiamento che vogliamo. Le proposte femministe sono sul tavolo. Cosa aspettiamo? 

* Questo intervento si inserisce nel percorso di quattro articoli a firma dell'Associazione Nondasola che ogni settimana durante tutto il mese di marzo sono pubblicati su questo sito e sulla Gazzetta di Reggio.

Lotto Marzo Sempre. #2 I numeri delle donne

Se l’anno col Covid è stato anche un anno di cifre e numeri dolorosi, allora non è possibile dimenticare i numeri che riguardano le donne. Nella gestione famigliare, le ore di lavoro non retribuito delle donne sono aumentate in modo esponenziale, il peso del welfare, adesso, ancora più di prima, è sulle loro spalle, grazie a una radicata divisione dei ruoli di impronta maschilista e ad una politica che, anche in una situazione di crisi e di emergenza, ha escluso le donne dai luoghi di governo delle nostre vite.

Stiamo vivendo tutti e tutte una situazione difficile, precaria e piena di paure, ma le donne sommano a tutto questo un’altra paura che è quella di subire violenza, una qualsiasi forma di violenza, in qualsiasi luogo: per strada, sul lavoro, nella propria casa.

Una violenza, agita di solito da mariti, partner o ex, che logora giorno dopo giorno per le ansie, la paura, le minacce e le botte e che troppo spesso culmina nel femicidio. Questa è la pandemia che da sempre attenta alla vita delle donne, virus o non virus. In solo due mesi e mezzo sono già 15 i femicidi registrati in Italia, un numero al quale si dovrebbero aggiungere i molti casi preoccupanti di tentati femicidi. Notizie derubricate a cronaca, a voci fuori campo, una realtà rimossa e guardata come insieme di dati, tra i tanti dati di questo dissesto. Come l’ultima indagine ISTAT che riporta una diminuzione di omicidi, mentre solo i femicidi mantengono la stessa percentuale negli anni.

Un femicidio ci racconta anni di sofferenze, spesso di inutili denunce, ci racconta di donne non ascoltate dalle istituzioni e lasciate sole. Ci racconta di anni di resistenza per salvare quel progetto d’amore in cui hanno creduto. Ci racconta di famiglie distrutte, di figli e figlie che vivono nel terrore del padre, poi nel dolore di una privazione violenta che segnerà per sempre il loro futuro, costretti a convivere con l’assenza della madre e con la presenza di un padre assassino.

Un femicidio ci racconta quanto la cultura di sopraffazione nei confronti delle donne arrivi a legittimarne la violenza con una narrazione dove si confonde amore con possesso, intrisa di sottili insinuazioni volte a far ricadere la colpa sulla donna stessa. Un racconto che porta i segni di una cultura ancora patriarcale, nonostante le norme che definiscono la violenza contro le donne una violazione dei diritti umani e leggi e convenzioni che tentano di prevenire, proteggere e punire. Qualcosa sta cambiando, pur nell’orizzonte ancora limitato degli uomini che prendono parola contro la violenza maschile a partire da sé, e che stanno cercando un nuovo posto nel mondo, al di fuori di modelli di virilità prevaricatrice e arrogante.

L’Associazione Nondasola da più di vent’ anni apre la porta della Casa delle Donne, e anche in questo anno di pandemia la porta è sempre stata aperta.  Noi siamo con le donne violate nel momento di una scelta disperata, come donne che sentono su di sé il peso della disparità tra i sessi. Ci mettiamo in ascolto, senza giudicare, senza cercare soluzioni al loro posto per intraprendere insieme un percorso di vita lontano dalla violenza. Una violazione dei diritti delle donne ancora troppo presente nel nostro territorio, se dal maggio 1997, data di apertura della Casa, abbiamo accolto oltre 6,000 donne.

I Centri Antiviolenza e il movimento delle donne continuano a fare la loro parte nel denunciare la violenza maschile, nel sostegno alle donne che la subiscono, nel produrre pensiero femminista, nel tradurre la pratica politica in azioni di prevenzione a largo raggio perché i numeri del futuro ci raccontino di relazioni di libertà tra uomini e donne.

* Questo intervento si inserisce nel percorso di quattro articoli a firma dell'Associazione Nondasola che ogni settimana durante tutto il mese di marzo saranno pubblicati su questo sito e sulla Gazzetta di Reggio.

8 marzo 2021 - Alessandra Campani, socia fondatrice di Nondasola "Reggiana per esempio"

 

Emotivamente partecipata, intensa, corale l'iniziativa "Reggiane per esempio" che, stamane (8 marzo 2021) in diretta streaming dalla Sala del Tricolore di Reggio Emilia, ha visto la premiazione, per la sezione 'Over 40', di Alessandra Campani, socia fondatrice di Nondasola e Responsabile dell'Area Formazione e Prevenzione. 

"Per l'elevato profilo personale, professionale e pubblico che caratterizza il suo impegno a contrasto e prevenzione della violenza maschile contro le donne, per la sua lunga militanza che si esprime anche attraverso un volontariato che in questi 25 anni non ha perso vigore, nutrendosi anche del confronto con le altre donne, convinta che la relazione tra donne e il sapere che ne deriva costituisca la mappa di senso a cui attingere per promuovere cambiamenti culturali improntati a  una nuova grammatica della relazione maschile-femminile." Queste le motivazioni riportate dal Sindaco Luca Vecchi. 

Un riconoscimento importante per Alessandra Campani, per l'Associazione tutta che ha in questa socia una militante appassionata che ha fatto della relazione tra donne misura di sè, del mondo e potente leva di libertà femminile, per altre donne, giovani e non. 

Alcune sue parole "Il mio pensiero oggi va alle socie di Nondasola e alle tante donne con cui in questi anni ho potuto condividere pratiche politiche, a chi delle operatrici si è esposta più di altre per tenere aperto il centro antiviolenza in questo periodo di emergenza sanitaria, al gruppo (che chiamiamo gruppa) impegnato nell'attività di prevenzione che, in uno sforzo creativo, ci stiamo re-inventando a causa della situazione, alla forza che mi hanno prestato le tante donne accolte, i loro volti, le loro parole, misurate, portate con me nelle attività di formazione e prevenzione. Oggi mi sento una creatura emotiva (Eve Ensler), ed esserlo a partire dal fatto che abito un centro antiviolenza significa sfruttare le orecchie e gli occhi per conservare quell'energia elettrica che ogni giorno trasformiamo in azioni politiche." 

Grazie Alessandra!!

 

Lotto Marzo Sempre. #1 La parola delle donne

E quando parliamo abbiamo paura che le nostre parole non verranno udite o ben accolte ma quando stiamo zitte anche allora abbiamo paura. Perciò è meglio parlare ricordando che non era previsto che noi sopravvivessimo. 

L’associazione NONDASOLA, accogliendo l’invito della poeta Audre Lorde, vuole mettere al centro di questo 8 marzo la parola delle donne.

Noi che, come centro antiviolenza Casa delle Donne, accogliamo le narrazioni delle donne violate osserviamo come, nella cronaca, i loro corpi feriti, i loro corpi uccisi abbiano una enorme risonanza che contrasta in modo disumano con il silenziamento delle loro voci. 

Sia nel caso di violenza non creduta, che si ripercuote sulla donna in forma di vittimizzazione secondaria, sia nel caso di femicidio in cui dopo, solo a cose fatte, vengono prese in considerazione le parole della donna che aveva annunciato la sua morte.
C’è una intolleranza nei confronti della lingua delle donne che sta alla base della violenza maschile.
Le parole sono potenti perché non solo descrivono la realtà, ma possono anche darle forma. Noi siamo le parole che usiamo.

I Centri Antiviolenza, di concerto con tutte le donne che vogliono aprire strade di libertà femminile (a proposito di strade, quante sono intitolate alle donne?), si propongono di sovvertire le coordinate del sapere maschile, considerato universale, dando valore alle loro differenti esperienze e portando a consapevolezza desideri e bisogni. Ci sono tante donne, giovani e non, che hanno sovvertito l’ordine maschile, sono ammirate e intervistate, e tuttavia sembra che ancora non possano viversi libere da uno specifico modello femminile che le mette sempre a confronto con il maschile, oppure le descrive come eccezionali, oscurando di fatto le loro potenzialità di parola e di azione.

A tal proposito lo Sciopero transnazionale delle Donne, lanciato per l’8 marzo, da Nonunadimeno e altri movimenti femministi, rappresenta una scelta forte di affermazione della parola femminile, di riconoscimento della piena soggettività politica e civile e, allo stesso tempo, lancia un appello a tutt* nell’essere insieme a trasformare il reale in visioni di libertà. 

E’ infatti saltato agli occhi dei più accorti, non solo in questo periodo di pandemia, come la visione politica femminista riguardi la cura del mondo e degli ecosistemi naturali, la cura delle relazioni, una migliore opportunità di armonia tra donne e uomini, pur nelle loro differenze.

Appartiene a chi lotta per modificare una realtà dispari la forza del partire da sé e dello spazio immaginativo che può aprire varchi imprevisti per far arrivare la propria voce alle orecchie del mondo come hanno fatto le donne del progetto di Nondasola Lunenomadi, ideando in tempo di confinamento, il podcast chiamato LUNATICA, già alla seconda serie, e tradotto e raccontato in diverse lingue.

Spiega la responsabile del progetto Mina Tmane “L'inquietudine del distanziamento e dell'isolamento vissuti durante la pandemia hanno incrociato un desiderio che da tempo coltivavamo come Progetto Lunenomadi: quello di fare da megafono all'esperienza della migrazione femminile e del periglioso percorso di inter-azione culturale, che tante donne affrontano, giunte qui dopo il viaggio vero e proprio, quello attraverso i confini geografici. Si trattava di contribuire all'emersione della voce meno interpellata di tutte durante i mesi del lockdown: quella delle donne migranti. Ne è nato un podcast, oggi alla seconda serie, dedicata alle donne migranti che narrano in prima persona la loro storia, tradotta in diverse lingue da altre donne accolte dal progetto. Circolando liberamente tra pc e telefoni, oggi ha varcato la soglia dei 2000 ascolti: un inestimabile eco di esperienza quotidiana, testimonianza di un'esistenza spesso precaria, tenuta in sella con quell'ironia e quella creatività di cui siamo maestre noi donne, le migranti in particolare, per necessità ed esperienza.” 
Per ascoltare Lunatica:  https://www.spreaker.com/show/lunatica

 * Questo intervento si inserisce nel percorso di quattro articoli a firma dell'Associazione Nondasola che ogni settimana durante tutto il mese di marzo saranno pubblicati su questo sito e sulla Gazzetta di Reggio.

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