Home

Logo Nondasola

Domenica 13 giugno ore 20.30 in piazza Prampolini, presidio di dolore e lotta per Saman

Domenica 13 giugno alle 20.30 in piazza Prampolini a Reggio Emilia, si terrà il presidio per Saman, promosso da Non Una Di Meno di Reggio Emilia e Modena, Non Una Di Meno nazionale e Studenti Autorganizzati, con l’adesione dell’Associazione Nondasola. Un presidio di dolore e lotta per manifestare tutto lo sgomento e la rabbia per la terribile scomparsa di Saman Abbas, la coraggiosa ragazza diciottenne uccisa per aver rifiutato un matrimonio forzato a cui non voleva sottomettersi.

Qui sotto il comunicato di Non una di Meno e maggiori informazioni sul presidio:

Seminario online "Donne e Lavoro: InFormAzione contro la violenza", giovedì 17 giugno, ore 9.15-12

Volentieri segnaliamo l'evento pubblico "Donne e Lavoro. INformAZIONE contro la violenza" che si terrà online giovedì 17 giugno dalle ore 9.15 alle 12. Il seminario è inserito all'interno del progetto regionale "Donne e lavoro: InFormAzione contro la violenza" che vede come capofila il Coordinamento dei centri antiviolenza dell'Emilia-Romagna e coinvolge le operatrici degli sportelli di orientamento al lavoro di 9 dei centri antiviolenza aderenti al Coordinamento. Anche l'Associazione Nondasola ha partecipato al progetto attraverso la costruzione di momenti formativi/informativi reciproci tra operatrici di orientamento al lavoro e aziende e azioni di empowerment rivolti alle donne coinvolte nel progetto.

L’evento si terrà su piattaforma Teams, previa iscrizione obbligatoria tramite il seguente link al format comprensivo della privacy: https://docs.google.com/.../1FAIpQLSfgu6Grn9D0EB.../viewform

Il nazionalismo è complice della violenza, non è la soluzione

Il comunicato stampa del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna sulla scomparsa e il sospetto femicidio di Saman Abbas, 2/6/2021

Da giorni ascoltiamo con sdegno e dolore la narrazione della scomparsa e del probabile femicidio di Saman Abbas, giovane donna di origini pachistane sparita a Novellara (RE) dopo aver rifiutato il matrimonio forzato voluto dalla famiglia. La storia di Saman non è una storia isolata, ma è la storia di tante donne e giovani ragazze che quotidianamente combattono contro una società patriarcale che pensa di poter disporre dei loro corpi e delle loro vite.

E se all’interno di ogni cultura e società il patriarcato può assumere connotazioni diverse, la matrice è sempre la stessa, e la conosciamo molto bene. Purtroppo, nessuna cultura ne è esente. Per questo rifiutiamo con forza la narrazione di chi vorrebbe raccontare questa vicenda riferendosi ai valori occidentali e nazionalistici per criminalizzare comunità migranti alimentando forme di razzismo. Allo stesso modo troviamo imbarazzante il silenzio di chi preferisce strumentalizzare “la questione femminile o la violenza maschile“ in campagna elettorale e al contempo ignorare la condizione di doppia oppressione vissuta da tante donne migranti e di seconda generazione; discriminate in quanto donne e migranti. E nemmeno giovano alle donne le politiche securitarie sull’immigrazione.

Come Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna, ci confrontiamo ogni giorno con donne sopravvissute alla violenza maschile. Parlare della storia di Saman come se fosse un problema culturale estraneo all’Italia non è solo problematico in termini di riconoscimento della pervasività della violenza ma rinforza quel “razzismo istituzionale” che tende ad isolare le donne migranti e di seconda generazione, rendendo ancora più difficili i percorsi di emancipazione/liberazione dalla violenza.

Molto spesso infatti le ragazze come Saman si trovano in condizioni di isolamento all’interno delle proprie comunità ed all’esterno, perché rifiutate dalle stesse, non riconosciute dal paese di accoglienza ed espulse dalle proprie famiglie quando non uccise. Il Matrimonio forzato è una violenza di genere e una violazione dei diritti umani. Lo affermiamo a gran voce affinché le ragazze possano trovare nelle altre donne e nelle altre femministe dei Centri Antiviolenza alleate per contrastare ed estirpare alla radice anche questa violenza. La storia di Saman non è certo la storia di una cultura “altra”. SAMAN NON SI È RIBELLATA PER ADERIRE ALLA cultura occidentale. Saman si è rifiutata di sposare un uomo che non aveva scelto. Saman voleva scegliere e disporre della propria vita secondo il suo desiderio. Quale più grande affronto possiamo fare noi donne al potere maschile se non di volere decidere dei nostri corpi e delle nostre vite? Pretesa per la quale molti uomini si sentono in diritto di ucciderci o di abusare di noi. In casi come quello di Saman il Codice Rosso non può essere la sola risposta. Bastano i dati sulle denunce a dimostrarlo chiaramente: da quando è stato istituito tra il 2019 e il 2020, le denunce di matrimonio forzato sono state 32, di cui 7 archiviate. Il riconoscimento della violenza, anche a livello giuridico, è sempre un passo importante, ma poco vale senon è accompagnata da campagne di sensibilizzazione e percorsi formativi agli/alle operatori/trici di giustizia.

È quindi fondamentale che il contrasto alla violenza avvenga anche a livello culturale, con l’obiettivo di prevenire la violenza, e non solo a punirla. Come Coordinamento dei centri antiviolenza combattiamo quotidianamente contro la violenza, sostenendo le donne nei percorsi di emancipazione/liberazione e – se lo desiderano – accompagnandole nei percorsi di denuncia. Storie come quella di Saman e una loro distorta narrazione rischiano di allontanare altre donne dall’accesso ai percorsi di emancipazione/liberazione dalla violenza. Ne siamo consapevoli, anche in noi ogni notizia di violenze e femminicidi provoca dolore e frustrazione; ma insieme al dolore alimentiamo il desiderio di combattere affinché ogni donna possa essere libera di scegliere della propria vita.

Vittimizzazione secondaria. La Corte europea dei diritti umani condanna di nuovo l’Italia

Comunicato stampa di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), 27/5/2021

“Una sentenza importantissima, quella emessa stamattina dalla Corte europea dei diritti umani, perché stigmatizza la delegittimazione delle vittime di stupro, ritenute corresponsabili delle violenze subite in base a valutazioni legate alla loro vita privata che continuano a essere usate per motivare sentenze condiscendenti verso gli autori delle violenze, nonostante ciò sia vietato da nome interne e internazionali, a cominciare dalla Direttiva dell’Unione europea sulla protezione delle vittime di reato, dalla CEDAW e dalla Convenzione di Istanbul”.

Ad affermarlo Antonella Veltri, presidente di D.i.Re, in merito al ricorso alla CEDU presentato dalle avvocate Sara Menichetti e Titti Carrano di D.i.Re contro la decisione della Corte d’appello di Firenze che aveva ribaltato la sentenza di condanna degli imputati dello stupro di gruppo ai danni di una giovane donna, sulla base della presunta non credibilità della vittima a causa di una valutazione moralistica della sua vita privata.

La Corte europea dei diritti umani ha riconosciuto, come sostenuto nel ricorso, che la tenuta del processo ha violato l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani, che stabilisce che “Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza”. “La Corte ritiene che i diritti e gli interessi della ricorrente derivanti dall’art. 8 non sono stati adeguatamente tutelati in considerazione del contenuto della sentenza della Corte d’Appello di Firenze”, si legge nella sentenza. “Ne consegue che le autorità nazionali non hanno tutelato la ricorrente dalla vittimizzazione secondaria durante tutto il procedimento, di cui la redazione della sentenza è parte integrante”.

“La sentenza di Strasburgo rende giustizia a tutte le donne che quando denunciano, devono affrontare un percorso giudiziario in cui subiscono vittimizzazione secondaria, con l’effetto di scoraggiarle dal presentare denuncia”, afferma Titti Carrano. “La Corte di Strasburgo ritiene deplorevole e irrilevante il riferimento nella sentenza di assoluzione della Corte d’Appello di Firenze alla vita personale, alle attività artistiche culturali, all’abbigliamento e all’orientamento sessuale che sono poste alla base dell’attendibilità della testimonianza della donna, con una grave ingerenza nella sua vita privata”, spiega l’avvocata. “La vita e la dignità di questa donna sono state calpestate cosi come sono state calpestate la riservatezza, la dignità, l’immagine. Eppure da tempo le norme nazionali e internazionali richiamate in questa sentenza della CEDU chiedono la tutela e la protezione della vittima”, aggiunge Carrano.

“La cultura dello stupro resiste in Italia insieme agli stereotipi e ai pregiudizi sessisti sul ruolo della donna che sono stigmatizzati dalla Corte di Strasburgo e che leggiamo nella sentenza del tribunale di Firenze, a conferma dell’arretratezza culturale del sistema giudiziario italiano”, sottolinea Veltri.

“Mi auguro che il governo italiano accetti questa condanna senza ricorrere alla Grande Camera e che si adoperi concretamente per attività di prevenzione e formazione degli operatori di giustizia affinché non si ripetano ulteriori episodi di vittimizzazione secondaria nei processi penali e civili, superando una cultura carica di stereotipi e pregiudizi”, afferma Carrano.

“Da tempo denunciamo il rischio di vittimizzazione secondaria nei tribunali e le sue nefaste conseguenze. La magistratura italiana deve evitare di usare strumenti che colpevolizzano le donne e rispettare le convenzioni internazionali a tutela delle donne che subiscono di violenza”, conclude la presidente di D.i.Re.

DDL Zan. La posizione di D.i.Re: “Aggiungere diritti non vuol dire toglierne ad altri e altre”

Comunicato stampa di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), 6/5/2021

Sosteniamo la proposta di legge Zan perché crediamo fortemente che oggi sia più che mai urgente arginare, contenere e eliminare l’incitazione all’odio verso chi diserta l’ordine dominante.

Nel nostro impegno di accompagnamento delle donne fuori dalla violenza maschile e nelle azioni continue di cambiamento culturale che progettiamo per costruire una società nel rispetto dei diritti delle donne, trova spazio il nostro sostegno al disegno di legge contro l’omolesbobitransfobia.

Perché la legge intende prevenire violenze e discriminazioni basate su “sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere” in cui ricadono le violazioni dei diritti anche delle donne e dunque la violenza maschile.

Perché crediamo che i diritti di tutti/e saranno tutelati effettivamente solo quando si riconosceranno le differenze come un valore in un’ottica di rispetto che mira al superamento delle norme che il patriarcato ci ha imposto per millenni, e pensiamo che aggiungere diritti non vuol dire toglierli ad altre/i.

Perché nella violenza maschile alle donne vi è il tratto di odio verso la diversità e verso chi eccede e trasgredisce ai rigidi ruoli voluti da una società patriarcale.

Perché pensiamo che si debba garantire la libertà di amare chi vogliamo, di poterci esprimere come desideriamo superando ruoli rigidi e stereotipati che ci impongono come dobbiamo essere e come dobbiamo comportarci per rientrare nei modelli che il patriarcato ha creato per mantenere il dominio maschile.

Come Centri antiviolenza, come spazi di libertà per le donne, non possiamo accettare che nel nostro Paese ci sia ancora chi pretende di scegliere per qualcun altro chi si deve amare e chi si vuole essere.

Sabato 15 maggio 2021 a Sant'Ilario d'Enza, incontro pubblico "Prendersi cura di sè e delle parole"

Sabato 15 maggio 2021, alle 10.30, presso il Centro Culturale Mavarta a Sant'Ilario d'Enza, si terrà, all'interno del progetto "Io sono mia", l'incontro pubblico "Prendersi cura di sè e delle parole". Dialogheranno Alessandra Campani dell'Associazione Nondasola, Giacomo Mambriani di "Maschile Plurale" e "Gruppo uomini di Verona" e Chiara Cacciani, giornalista della Gazzetta di Parma e socia di "Maschi che s'immischiano". L'ingresso è libero su prenotazione, scrivendo entro giovedì 13 marzo ad uno dei seguenti contatti: 0522 671858 / Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. / Whatsapp 338 7830547

 

Dal 7 al 9 maggio, festival "Libere di essere"

Si svolgerà dal 7 al 9 maggio, in diretta streaming all’Auditorium Parco della Musica di Roma, il Festival "Libere di essere" organizzato da D.i.Re – Donne in rete contro la violenza in collaborazione con Hero e con la coproduzione della Fondazione Musica per Roma, il finanziamento del Dipartimento per le Pari opportunità, la produzione di Mismaonda e la consulenza di Serena Dandini. Sul palco attiviste, artiste, scrittrici, professioniste, ricercatrici, economiste, giornaliste, attrici. Donne che sulla scena pubblica o nell’invisibilità del quotidiano stanno ridefinendo spazi e relazioni per affermare la libertà delle donne, in un intreccio di conversazioni e performance che vuole mettere in moto e in circolazione idee, percorsi e prospettive per guardare con occhi nuovi al presente e innescare un cambiamento culturale, tenendo anche conto di sfide e potenziali opportunità scatenate dall’irrompere della pandemia.

Il festival nasce come azione di sensibilizzazione all’interno del progetto "Libere di essere - Informazione e comunicazione contro la violenza di genere", finanziato dal Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri nell’ambito dell’Avviso per il finanziamento di progetti volti alla prevenzione e al contrasto alla violenza alle donne anche in attuazione della Convenzione di Istanbul. Il progetto ha visto inoltre una azione dedicata alla prevenzione della violenza attraverso: linnovativo percorso "Libere di essere a scuola", con bambini e bambine dai 4 ai 7 anni e che sarà al centro di uno degli incontri del Festival Libere di essere, il panel "Libere di essere a scuola: bambini e bambine alle prese con il potere" – l’8 maggio alle 10.30 – frutto di una pionieristica esperienza realizzata dai centri antiviolenza della rete D.i.Re con educatrici, maestre/i e soprattutto migliaia di bambini dai 4 ai 7 anni. A raccontarlo la nostra Alessandra Campani ed Elena La Greca (La Nara, Prato), le maestre Giovanna Murino e Melissa Zaccaria, Martina Recchiuti, redattrice di Internazionale Kids; il video contest IO POSSO. che ha visto giovani tra i 18 e i 30 anni cimentarsi con la realizzazione di un corto di 2 minuti per raccontare come "Uscire dalla violenza: il potere di generare libertà per sé, per tutte e tutti". Il video vincitore sarà premiato durante il festival e sarà proiettato in autunno al RIFF – Rome International Film Festival.

Il Festival affronterà temi di attualità – non solo scuola, ma anche salute ed economia – e declinerà immaginari e linguaggi che – sullo schermo, sul palcoscenico, tra le pagine – stanno contribuendo a ridefinire il femminile. Porterà sul palco per la prima volta le operatrici dei centri antiviolenza, affronterà il problema della vittimizzazione secondaria, e ricostruirà le vite delle donne "Ferite a morte", recitate da Lella Costa. E proverà a scardinare gli stereotipi con la leggerezza della satira di "Vieni avanti, cretina!", il varietà ideato e condotto da Serena Dandini, e lo sguardo rivolto al futuro, a cominciare dall’immaginario distopico a cui ha dato vita Margaret Atwood, che sarà in collegamento dal Canada, e con l’Abbecedario con cui Dandini chiuderà il Festival in compagnia delle scrittrici Teresa Ciabatti, Michela Murgia, Chiara Valerio.

Leggi l'intero programma del festival, cliccando qui.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Designed by andreabenassi.it